"A Secret Rose" - Le 100 chitarre di Rhys Chatham

Recensione del concerto di Roma - all'Auditorium Parco della Musica martedì 17 febbraio 2009.

"A Secret Rose" - Le 100 chitarre di Rhys Chatham
Il colpo d'occhio è notevole, la Sala Petrassi ospita un appuntamento senza esagerazione epocale. Come accaduto lo scorso anno per Hallucination City - con la conduzione di un ombroso Glenn Branca - l'Auditorium Parco della Musica apre le porte ad uno dei più stimati ed atipici compositori contemporanei. Figlio della scuola minimalista newyorkese Rhys Chatham  viene folgorato sulla via per Damasco dal gabba gabba hey dei Ramones. Quanto portato in scena questa sera all'Auditorium con A Secret Rose è un compendio ideale alla sua più che trentennale carriera. Sul palco sfilano un centinaio di chitarristi, nella maggior parte dei casi prelevati dalle scuole di musica romane (si fa eccezione per alcuni navigati musicisti locali, tra i quali spicca la figura del ‘nostro' Adriano Lanzi), assieme a loro altre figure cardine quali Dave Daniell (chitarrista che vanta lunghi trascorsi coi San Augustin), un associato storico quale il batterista Jonathan Kane ed il bassista Steve Piccolo (che ricordiamo addirittura nel primo omonimo disco dei Lounge Lizards). Il live è una sorta di processione stilistica,  episodi che oltre a riprendere elementi di altre sue opere celebri - in primis An Angel Moves Too Fast To See - cercano di trasporre il rock della grande mela in una chiave colta. Impressionante è infatti il senso della misura con cui le singole composizioni vengono proposte, una disciplina affatto formale che imbriglia il rock rumorista in un straziante ed inedita musica da camera all'ennesima potenza. Riflettendo anche sul linguaggio simbolico (un po' come accadeva per i game-pieces di John Zorn) i partecipanti sono stimolati dal conduttore ad eseguire figure specifiche, spesso ricalcando l'ordine numerico suggerito dagli appositi cartelli. E' molto positiva la vibrazione che ne deriva, a differenza delle asperità e dell'approccio massimalista di Branca, Chatham mantiene una prospettiva più solare. Nei brani ad uso esclusivamente ‘strumentale' si colgono figure surf e power pop, che se non altro comportano un re-indirizzo del flusso energetico. Non c'è nulla di muscolare nella rappresentazione. La ritmica inossidabile e precisa di Kane e Piccolo sembra addirittura aprirsi ad usi jazz-rock, delimitando dunque anche l'urto della sottostante distesa di chitarre. Un esperienza molto drivin' per tenere in uso una terminologia prettamente yankee, ma questo è il senso delle composizioni che attraverso i loro breaks sembrano spesso avvicinare la forma-canzone, almeno come presentata in tempi non sospetti dai ‘figliocci' Sonic Youth. Una deliziosa ricorrenza più che un tour de force, una penna ispirata quella di Chatham, che in ultimo imbraccia in maniera ironica e virulenta la sua sei corde, abbandonando le pose formali che notoriamente imbrigliano personaggi del suo spessore. Una rivelazione!

Luca Collepiccolo  



19-02-2009

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