Torna Manuli, a dieci anni di distanza da “Girotondo, giro intorno al mondo"

(La Graine et le mulet)
Fra, 2007
Un film di Abdel Kechiche
Con: Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche, Bouraouïa Marzouk.
Sceneggiatura: A.Kechice, G.Lacroix
Fotografia: L.Bakchev
Opera terza del talentuosissimo regista franco-tunisino Adellatif Kechice (il suo film d’esordio, ‘La faute à Voltaire’, era già notevolissimo), questo ‘Cous-cous’ si candida con forza alla palma di miglior film del 2007. Se n'è accorto il pubblico veneziano, che lo acclamato come vincitore morale del festival, un po’ meno la giuria, che lo ha premiato ‘solo’ con il gran premio.
La storia si snoda tra i moli del porto di Marsiglia e i quartieri popolari che lo circondano, e racconta la vita quotidiana di una famiglia di immigrati maghrebini. I ‘vecchi’, che sono partiti dall’Africa trent’anni fa, e i loro figli nati in Francia, che vivono a cavallo tra l’integrazione e la tradizione.
Slimane perde il lavoro al cantiere navale a 60 anni, e decide di ‘mettersi in proprio’ imbarcandosi in un’impresa commerciale a prima vista impossibile…
Non dirò altro della trama, perché non è la trama a rendere ‘Cous-cous’ un film così bello, intenso, vero, commuovente.
Kechiche raccoglie l’eredità di John Cassavetes, facendo prima memorizzare agli attori una sceneggiatura di ferro, per poi lasciarli liberi di improvvisare una volta entrati nel personaggio, davanti a una macchina da presa che quasi sparisce tra le pieghe del dialogo. Lo spettatore si trova in mezzo alla vita quotidiana dei protagonisti, come nascosto dietro alla ‘quarta parete’ trasparente, e lentamente si lascia andare alla condivisione dei dolori e delle allegrie, della fatica di esistere, dei drammi di tutti. E’ straordinaria la sequenza di un pranzo di famiglia a base (ovviamente) di cous-cous: sette minuti di voci soprapposte, cazzeggio, affetto, ‘small talk’ vario, meravigliosamente ritmato dalla macchina a mano e da un montaggio sapiente e mai caotico.
Insomma, la realtà, raccontanta senza l’enfasi posticcia di tanto cinema che vorrebbe essere ‘d’arte’ e diventa soltanto pedante (e mi riferisco, purtroppo, a tanto cinema italiano contemporaneo…). Perché Kechiche sembra avere nel sangue una delle grandi lezioni del cinema: che, come diceva Bresson, dove basta un violino non bisogna mai usarne due. Perché già la macchina da presa è di per sé uno strumento ‘enfatizzante’ che rende la vita, per citare un capolavoro Nicholas Ray, ‘più grande della vita’.
Dopo una prima parte più descrittiva, il film vira gradualmente verso una serie di colpi di scena che conducono la storia a un finale al contempo allegro e drammatico, fino all’ ultimo montaggio tra due sequenze che sono due distillati di cinema purissimo (non vi dico altro per non rovinare la sorpresa…).
Ma anche quando il film si focalizza sull’intreccio, il regista non perde mai la capacità di dare, come dice lui stesso: ‘libero corso alle digressioni che potevano venire ad impigliarsi nella storia, come tante piccole scappatelle giustificate dal semplice piacere contemplativo degli avvenimenti della vita quotidiana di un feuiletton familiare.’
Questo ‘Cous-cous’ è poi un meraviglioso inno alla differenza, alla pluralità delle culture, al ‘meltin-pot’, per una volta raccontato in una chiave non necessariamente ossessionata dallo ‘scontro’, ma non per questo meno forte, grazie a una struttura dove il dramma è un sottotesto suggerito, dove il conflitto di classe è un tratteggio che pervade tutto il film, dove il riscatto da quella condizione di schiavo moderno che vive un immigrato è vicinissima e lontanissima.
La 'Graine et le mulet' del titolo originale fa riferimento ai due elementi base del Cous cous di pesce: la semola e il cefalo.
Meravigliosi tutti gli attori, nonostante un criminale doppiaggio italiano dove va perso tutto il gioco sul linguaggio nel confronto tra immigrati di prima e seconda generazione.
Da non perdere.
Nicola Ravera Rafele
25-01-2008