Australia (B.Luhrmann)

Uno sguardo positivo sul controverso film di Buz Luhrmann.

Australia (B.Luhrmann)

 

Australia

U.S.A.-Australia, 2009
Un film di:    Baz Luhrmann.
Con:    Nicole Kidman, Hugh Jackman, David Wenham, Bryan Brown, Brandon Walters

Sceneggiatura:    Baz Luhrmann, Stuart Beattie, Ronald Harwood, Richard Flanagan.
Fotografia:    Mandy Walker.
Montaggio:     Dody Dorn, Michael McCusker.
Musica:    David Hirschfelder.

 

Se quello che cercate in un film è il cosiddetto messaggio, dei dialoghi istruttivi e ficcanti e una messa in scena sobria, quando non spartana, allora forse finirete per infoltire la lista di coloro che sono rimasti delusi da “Australia”, il roboante ritorno al cinema di Baz Luhrmann, a sette anni dal suo capolavoro “Moulin Rouge!”.
Ma se al contrario ciò che cercate è una storia capace di trasportarvi in altri mondi, di sospendere il lavorio analitico della vostra mente per lasciare spazio al sogno, e di commuovervi perché l’amore trionfa sempre, perfino a dispetto della verosimiglianza storica, allora non potrete che entusiasmarvi per l’epico atto d’amore di Luhrmann per la sua terra, vera e propria coprotagonista del film.
 
È il 1939. L’algida lady Sarah Ashley (Nicole Kidman) abbandona la natale Inghilterra alla volta dell’Australia, decisa a riportare a casa il marito, un allevatore probabilmente fedifrago, e a costringerlo a vendere la fatiscente tenuta di famiglia a Faraway Downs.
Al suo arrivò però, la donna scopre che Lord Ashley è stato ucciso, apparentemente da un aborigeno, lasciandole in eredità una mandria di millecinquecento vacche da condurre a Darwin, allo scopo di rifornire l’esercito australiano di stanza in quella città.
Sedotta dai colori di quella terra ancora incontaminata e affezionatasi al dodicenne meticcio Nullah (Brandon Walters), da poco rimasto orfano della mamma, Sarah decide di portare avanti l’opera del marito e di sfidare il monopolio del commercio della carne detenuto dal ruvido e infido King Carney (un Bryan Brown in grande spolvero).
Per condurre in porto l’impresa, Sarah deve avvalersi dell’aiuto e dell’esperienza del rude mandriano Drover (Hugh Jackman). Durante il viaggio tra i due nasce una passione che per entrambi costituisce l’alba di un nuovo inizio.
Tornati a Faraway Downs, Sarah e Drover danno vita ad una famiglia che sfida tutte le convenzioni morali dell’epoca, adottando di fatto il piccolo Nullah in aperto contrasto con le leggi vigenti, che lo vorrebbero affidato alla missione cattolica di Mission Island.
Finché nel 1941, l’esercito giapponese decide di attaccare l’Australia, con il tragico bombardamento del porto di Darwin…

…e questo è solo l’inizio, verrebbe da dire, giacché nelle oltre due ore e mezza di proiezione la storia vive di suggestioni profonde, sia pure mai gridate bensì trattate con pudore, perché come viene ripetuto nel film, «raccontare storie è la lezione più importante».
Viene affrontato il tema del razzismo nei confronti degli aborigeni, dell’importanza della tradizione orale nella cultura umana e soprattutto il flagello delle cosiddette “generazioni rubate”: «i figli nati dall’unione di bianchi e aborigeni – spiega il regista Baz Luhrmann – venivano strappati alle loro madri in nome dell’eugenetica. È un problema che ha avuto effetti devastanti sulla cultura indigena, per questo ho voluto inserirlo in “Australia”, con l’obiettivo di rendere nota anche agli spettatori meno informati questa pagina dolorosa del nostro passato recente». Tanto che nei titoli di coda si ricorda come nel 2008 il primo ministro australiano Kevin Rudd abbia riunito i capi delle tribù aborigene per scusarsi degli atti di razzismo commessi in tutti questi anni.

Ma “Australia” è soprattutto un’esperienza visuale da vivere senza freni inibitori, cercando di tenersi lontani da un certo snobismo pseudo-intellettuale a cui il regista Baz Luhrmann fa ironicamente il verso nella scena del ballo di beneficenza per i bambini meticci di Mission Island.
I personaggi attraversano i paesaggi mozzafiato dell’outback australiano, a cui la fotografia di Mandy Walker e un consistente ricorso agli effetti speciali restituiscono il fascino ancestrale di una terra ai tempi considerata ancora selvaggia. «Non ci interessava tanto mostrarla in modo realistico – ha dichiarato Luhrmann – quanto suggerire gli stati d’animo, le emozioni che provoca in chi ci mette piede per la prima volta, come la protagonista del film».
E in effetti Lady Ashley (una convincente Nicole Kidman) si lascia rapire dalla bellezza di Faraway Downs, dal contrasto tra quella terra rossa come il sangue e un cielo limpido e pulito come gli occhi innocenti del piccolo Nullah, e decide di rinnegare le proprie più profonde convinzioni aristocratiche al fine di poter preservare tale bellezza e tale innocenza. 

Forte dei suoi numeri da kolossal (nove mesi di riprese, oltre millecinquecento cavalli usati per il film e via dicendo), “Australia” è stato accostato dalla critica a pellicole come “Via col vento” (1939) e “La mia Africa” (1985), anche se spesso per sottolinearne l’inferiorità rispetto a tali termini di paragone. A partire da “Il Mago di Oz” di Victor Fleming (1939), il film contiene in effetti numerose citazioni cinematografiche, ma ritengo che sia riduttivo tentare di incasellarlo in simili categorie preconfezionate.
Il senso estetico della messa in scena, la capacità di catturare nella sua essenza la bellezza della natura, la consapevole enfasi posta su una colonna sonora che si colora anche di temi e melodie aborigene e perfino il gusto cinefilo per la citazione dei classici, sono tutti ingredienti che vengono rimestati dalla sapiente drammaturgia di Luhrmann per dare vita ad una sorta di epica pop, allo stesso modo in cui aveva reso pop la tragedia shakespeariana nella moderna Venice Beach di “Romeo + Juliet” (1996), oppure la tradizione lirica nella Parigi bohémienne di “Moulin Rouge!” (2001). Con il risultato di rendere “Australia” un film unico nel suo genere, perché di fatto ne fonda uno nuovo. Con buona pace degli accaniti incasellatori.

 

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Paolo Guerrieri


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