Perchè amo Baustelle

Tommaso Capolicchio, giovane romanziere, ci racconta l'universo letteriario di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi.

Perchè amo Baustelle

E quindi uscimmo a riveder Baustelle

 

Nel frullatore Baustelle questa volta gli ingredienti sono morte, pessimismo, ricordo, angoscia, spasimi, malinconia, amarezze. Roba che per buttarla giù tutta insieme devi metterci un bel po’ d’alcool. Cocktail da alcolista anonimo, molto diverso da quelli con la ciliegina e il sale sul calice dei lontani tempi di “Sussidiario illustrato della giovinezza” e “La moda del lento”.

Forse le avvisaglie si avvertivano già in alcuni pezzi della “Malavita” che però appare ancora quasi gioioso e ottimista di fronte alla cruda schiettezza di “Amen”: un viaggio disincantato dentro una società che ha quasi consumato anche il suo ultimo bisogno di sussulti, trepidazione e piacere. Un’ ultima, salutare abbuffata di postmoderno dove l’elemento sessuale, amoroso e religioso vengono accostati e sovrapposti quasi in tutti i testi. L’amore sembra ormai giunto al termine della corsa: “Cosa resta di noi che scopiamo nel parcheggio” canta Rachele l’inevitabile e perdurante clichè degli incontri erotici di amanti di provincia ormai disillusi. Amore che ritroviamo quasi romantico in “Dark room”, luogo d’incontro (anche questo provinciale) che con tonalità bossanova e struggenti melodie sixties rievoca atmosfere di certo cinema francese (da cui hanno già pescato molto nei precendenti lavori) riattualizzandolo con un topos ormai ampiamente sdoganato, quello di un luogo buio dove si fa liberamente sesso “Io ti annuso e ti codifico essere umano…”. Una curiosa agnizione nel buio di un luogo cardine della cosidetta “perversione” anni duemila che ci fa pensare piuttosto ad un primo incontro su una terrazza di marmo bianco di eliopetriana memoria.

L’elemento religioso scaturisce prorompente da “Baudelaire” dove Pasolini, Caravaggio, Luigi Tenco e Piero Ciampi diventano martiri da accostare al messia, così come in Alfredo”, dove la società il nuovo martire lo ha già trovato (e nella maniera più casuale possibile) sacrificando il figlio di Dio sopra un altare catodico. Una traccia (forse la più incisiva) che va direttamente allo stomaco di chi nel 1981, assistendo all’impossibile salvataggio di Alfredino, si accorse dell’esistenza della morte filtrata da quello stesso schermo che poche ore prima ci aveva mostrato le vittorie di Jeeg Robot. Nell’amaro ritornello, la tragica rivelazione della fine di un bambino attraverso la tv viene mostrata ad un carosello di icone dei primi anni ’80 (che somigliano straordinariamente al girotondo dei personaggi del Rino Gaetano di “Nunterraggae più”), Pertini, Wojtila, Platini, la P2, Cossiga.

I Baustelle lanciano strali contro la società consumistica e “la logica spietata del profitto”, ma lo fanno a modo loro, chiamando in causa l’ispettore “Colombo” simpatico vendicatore di una tv dei ricordi che “ci deduce l’anima” e punisce i cattivoni. O si rifugiano nella protesta soffocata e intimista di Anna ne “Il liberismo ha i giorni contati” dove la crisi dei valori occidentali è compressa nel microcosmo di un vagone del metro o in un bar dove la protagonista “vede la fine”.

Si dice e si dirà che il disco è troppo suonato, troppo denso, come un potente zabaione che al primo assaggio stuzzica e alla fine rischia di stomacare. Ad un ascolto ripetuto invece sembra che ci sia proprio tutto quello che serve per un album che suona messianico già dal titolo, “Amen”, un lapidario avvertimento che non ci saranno compromessi di sorta. E stupisce come la band di Bianconi osi un disco simile proprio nel momento in cui la Warner lo porta finalmente nelle case di più gente possibile. Come provochi il pubblico più giovane con l’orecchiabile “Charlie fa il surf” vero controinno della stupidità da teenager lanciato come primo singolo a furoreggiare su MTV (se non è provocazione questa). E come lascino un senso di pacata disperazione sotto le trombette da stadio nell’ultima traccia: “Andarsene così”, dove l’ottimistica promessa “Non è impossibile pensare un altro mondo” o il “Sarebbe spelendido amare veramente” si spengono sotto l’imperativo condizionale “Sarebbe” e l’ultima frase prima che il cd termini sancisce “Andarsene così”.

Vera, struggente chiusura alla Ainouk Aimee (citata nel cd) di “Un homme et une femme”.

IL MYSPACE DEI BAUSTELLE

COSA PENSI DEI BAUSTELLE?

 

 


Tommaso Capolicchio


16-03-2008

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