Glasvegas in concerto
12 Maggio 2009
Magazzini Generali - Milano
Voto: 6.5

Emerson, Lake and Palmer
(Island, 1970)
Produttore: Greg Lake
Musicisti:
Keith Emerson (Moog, Piano, Organo Hammond, Tastiere);
Greg Lake (Voce, Basso e Chitarra);
Carl Palmer (Batteria e Percussioni)
Ovvero, come ti faccio digerire la musica classica spacciandola per rock.
L'inserimento o meno di questo disco tra le "Materie Prime" di CRAK! è stato a lungo dibattuto: è un disco che ha tracciato una via maestra? Alla fine, dopo straziante confronto, si è deciso di sì. Un po' per la natura di "Power Trio" con un tastierista come band leader; un po' per l'anno di pubblicazione - che lo mette oggettivamente in testa ad una filiera che vede gruppi battere la strada maestra aperta da questo LP.
Keith Emerson è personaggio che divide. Chi non lo ama, tende a sopportarlo poco: un po' per il suo fare da Rockstar, che da parte di un tastierista - diciamolo pure - urta; un po' perché la tecnica trascendentale reca sempre un po' d'invidia. Emerson, infatti, ha una tecnica, un vocabolario musicale e un carisma che lo rendono un fuoriclasse tra gli interpreti del suo strumento. E nel suo essere "Fuori-classe", ci mettiamo anche (e volentieri) le sue cavalcate di Hammod, oppure le fughe di Bach suonate al contrario, dall'altra parte della tastiera; ci mettiamo il suo sudore, e le sue coltellate al povero L-100. Insomma, Emerson appare come un "Minestrone emotivo", che ha tra i suoi ingredienti spezie molto piccanti che a tratti esaltano - ma a tratti nascondono - il brodo ben saporito che c'è sotto.
In questo primo disco il Trio è reduce dall'esperienza dell'Isola di Wight, che l'ha imposto all'attenzione generale e gli ha dato una visibilità violenta e improvvisa. Nel 1970 Emerson è reduce dall'esperienza dei Nice, con i quali ha già esplorato i territori della Classica applicata al Rock; nel 1967 Bach e Sibelius vengono riletti nel lavoro "The Thoughts Of Emerlist Davjack", mentre nel postumo (e importantissimo) "Elegy", datato 1971 c'è la prima versione di America di Bernstein, più volte riproposta nei Live di ELP, attaccata a Fanfare for a Common Man (composizione di Aaron Copeland) e Rondò (tratta da Blue Rondò à la Turke di Brubeck - originariamente in 9/8 e qui "raddrizzata" in 12). La prima idea del gruppo nasce dall' incontro tra Emerson e Lake a S. Francisco; inizialmente (è storia nota) si pensa a Mitch Mitchell e Jimi Hendrix, ma problemi tra con la casa discografica di Hendrix, che pone il veto. La seconda scelta è Carl Palmer, che con gli Atomic Rooster è il più classico dei classici "uomini giusti al momento giusto".
Greg Lake è considerata a tutt'oggi una delle più belle voci della Progressive Rock, e non solo di quegli anni. Già con i King Crimson aveva avuto modo di far conoscere il suo timbro particolarmente ricco di armoniche, ma è con ELP (forse proprio con il dico di esordio) che lascerà un segno incancellabile nella storia della musica. "Lucky Man", la ballata più famosa del trio, è un capolavoro di semplicità, particolarmente indovinata nel riff e nella strofa. Ma anche le progressioni in acuto sul bridge di Knife Edge lo esaltano come grande cantante. A livello strumentale, Lake proviene dalla chitarra, ma con ELP suona soprattutto il basso: a livello solistico Emerson non lascia molto spazio, e gli interventi chitarristici di Greg si esauriscono quasi sempre in inserti di natura folk, con pochissimo spazio per piazzare assoli. Il primo di un certo livello verà solo nel 1971, su Stones of Year - seconda parte della Suite "Tarkus". L'apporto di Carl Palmer (futura colonna degli Asia - "cimitero degli elefanti" di artisti Prog caduti nell'oblio generale degli anni ‘90) è stato determinante. Batteristicamente ambiguo, Palmer unisce una tecnica incredibile (il suo rullo singolo è il più veloce, pulito e scandito degli anni settanta, insieme a quello di Billy Cobham), ad un fraseggio non sempre all'altezza. Metaforicamente, potremmo dire che è grammaticalmente perfetto, ma sintatticamente un po' povero. Alla storia Palmer ha consegnato grandissimi assoli (come quello di Tank, presente proprio sul disco in oggetto), ma ben poche idee intramontabili. Sempre "Selvaggio" nel suo drumming, offre all'ascolto una linearità che ben si sposa con gli istrionismi di Emerson, anche grazie ad un set da esaltati (nel periodo tardo, sul finire degli anni settanta, Palmer aveva una batteria doppia - due casse, otto toms, due timpani - *completamente* di acciaio, con due Gong da 120 cm di diametro, due timpani sinfonici e un numero imprecisato di piatti. Si dice che per portarla nei tour, ci volessero tre persone solo per il suo strumento).
Il disco è indubbiamente una novità, per l'epoca. Registrato in sessioni durate da luglio a settembre del 1970, è una perla per suono e idee;
Apre con lo strumentale "The Barbarian": un riff di basso suonato su ottave alte distorto "fuzzy", corroborato da una batteria e un accompagnamento batteristico di sapore sovietizzante. Poi entra l'Hammond di Emerson, introdotto da un glissato di basso di grande impatto, e ossessivamente marcato su ogni battere di battuta; un'intro grave ma piena zeppa, ché non ci si può credere che sono solo in tre. Poi il brano evolve in un mondo di sedicesimi con le spazzole e di "piano improvvisation", in cui Emerson mette in chiaro la sua abilità, fino al Gong di Palmer che ci riporta alla violenza iniziale.
Il secondo brano, "Take a Pebble" parte con un riff ottenuto dalle corde del pianoforte suonate con le mani dal di dentro, poi una memorabile progressione di accordi introduce il primo cantato del disco, uno splendido Greg Lake che nell'intermezzo strumentale regala anche suggestioni Country con la chitarra acustica. Di Palmer va ricordato l'accompagnamento centrale con le spazzole, asciutto fino alla siccità. Su "Knife Edge" ritorna quell'idea cupa, mutuata da certa classica contemporanea; il brano riporta la integralmente la trascrizione di una fuga di Janacek tratta dalla Sinfonietta del 1926. La forza espressiva del brano è data per la gran parte all'arrangiamento marcatissimo, in alcune parti suonato dai tre all'unisono!
"The Three Fates" (brano dedicato nientemeno che alle Parche) comincia con un organo a canne che irrompe nello stereo, trasformando le cuffiette dell'iPod in Nôtre Dame, presentando la prima delle tre (Cloto). Poi il giro armonico, ingessato in abiti bizantinicamente ieratici, prende movimento con un'interpretazione riproposta per piano, e da Cloto passiamo a Lachesis: la mano sinistra del pianista in moto perpetuo e la destra ad esporre il tema, jazzato qui e là. Poi il tema viene azzoppato, e diventa un 7/8, su cui basso e batteria creano un loop su cui ancora il Piano diventa protagonista, fino alla terza parte - Atropos - che è la fine del brano. Nemmeno il tempo di prendere fiato, e subito comincia "Tank", il carro armato, momento di Palmer, il quale impreziosisce con un assolo memorabile (e pluricitato in alcune sue parti) un brano che nasce come un divertimento per clavinet. E' possibile ascoltare - mediante panpottaggio - le due diverse linee di Clavi suonate da Emerson, non è dato capire se in presa diretta o in sovraincisione. Chiude la già citata "Lucky Man".
Un esordio importante, destinato purtroppo ad una brutta fine, la peggiore per degli artisti: l'esaurimento della vena creativa. Su un video dell'epoca di Works (1977 circa), il termometro della crisi è rappresentato dalla quantità di applausi finti, aggiunti in postproduzione!
Dopo un periodo fortunato di quattro anni, la Band entra in una spirale di sostituzione della sostanza con la forma, e partorisce lavori algidi e poveri dal punto di vista della "pancia", portando ad uno scioglimento dopo disco e tour del 1978 (intitolati "Love Beach"). Si riuniranno nel 1991, come molti dinosauri del Progressive, con il lavoro "Black Moon" che li restituirà al pubblico (molto cambiato, dopo vent'anni) in uno stato di forma sorprendente.
Un'ultima nota a margine: consigliamo a tutti coloro i quali credono che Emerson sia un po' stronzo di andarsi a leggere la dedica che ha lasciato sul suo sito in occasione della morte di Rick Wright: un atto tutt'altro che dovuto, ma che dimostra inequivocabilmente una natura d'animo votata alla gentilezza.
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