Fabrizio De André: in ricordo di un grande poeta.

A quasi 10 anni dalla morte, il ricordo del cantautore genovese è sempre vivo. E non è un caso.

Fabrizio De André: in ricordo di un grande poeta.


Ho avuto immediatamente la sensazione di una voce gemella. Fin dal primo ascolto, fin dalla prima nota.

Una voce che diceva quello che pensavi, quello che volevi dire, quello che volevi pensare. Certe volte quello che non sapevi ancora di pensare.

Dalla prima volta che l’ho sentito cantare, ho sentito di avere accanto un testimone, qualcuno con cui dialogare.

Non è mai stato distante, De Andrè, non è mai stato un cantante.

E’ stato un sodale, un compagno di strada.

Le sue canzoni contengono un’ ossessione per le domande, un eterno tormento alla ricerca della purezza dello sguardo. Qualcosa che sia allo stesso tempo lucido e infantile, eversivo e semplice, naturale e profondo.

Non era fuori dagli schemi, DeAndrè, perché non era lo schema che gli interessava, non era la struttura, ma quel buco nella rete, quel frammento fuori posto che genera un immagine, un significato,una sintesi.

Da qui, credo, scaturisce la forza poetica pura, atavica, violenta che c’è nelle sue canzoni. Una poesia fatta di frammenti visuali (I quattro pensionati de ‘La città vecchia’…) , di cortocircuiti di senso (il testo di ‘Ottocento’, o de ‘La Domenica delle Salme’), di folgorazione ritmica (Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore/ 
più non arrossii nel rubare l'amore/ 
dal momento che Inverno mi convinse che Dio/ 
non sarebbe arrossito rubandomi il mio., all’ inizio di ‘Un blasfemo’)..

‘Un Blasfemo’ è una delle perle di ‘Non al denaro, non all’amore né al cielo’, forse il disco di a cui sono più affezionato, quello che è stato colonna sonora ininterrotta di tutta la mia vita, tanto che ormai faccio a fatica a non considerarlo un pezzo di me. Lo conosco talmente bene, che parlando mi ritrovo a citarlo senza accorgermene, come fosse un patrimonio proverbiale di uso comune.

Ma forse è in Amico Fragile che DeAndrè enuncia meglio il nucleo della sua poetica, quando canta:

‘...Fin dalla prima trincea ero più curioso di voi’

E poi, pochi versi dopo: ‘..Sospeso tra i vostri ‘come sta’, meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci…

Il segreto di DeAndrè sta nella relazione tra le due parole-chiave di questi due versi: curiosità e ferocia. Due attributi della giovinezza. De Andrè ha scherzato con il tempo, lo ha raggirato, sconfitto. Basta guardare una sua fotografia a qualunque età, per vedere la curiosità e la ferocia, ferocia che si traduce in rifiuto delle convenzioni, ironia, sincerità.

Per questo non è sorprendente che oggi, per chi è nato mentre nasceva ‘Storia di un impiegato’, e per chi è nato quando De andrè era già morto, Fabrizio resti un punto di riferimento.

Non esistono i buoni e i cattivi nelle canzoni di DeAndrè, non esiste una sola verità nei vicoli di Genova che descrive, ma tutte le tonalità di grigio di un’umanità sofferente, che lui riesce a raccontare con la passione e la pietà che soltanto i grandi romanzieri hanno avuto (mi viene in mente il miglior Simenon, quello de ‘La neve era sporca’).

Racconta il dubbio, DeAndrè. Il dubbio di chi sa che le persone sono diverse dalla proiezione stereotipata dei talk show e dalle inchieste dei giornali. Nelle sue canzoni ci sono la carne e il sangue delle persone vere, raccontata da chi ha capito che ‘dal letame nascono i fior’, e canta un panorama di outsider, di vinti, non da vincitore, ma come chi pensa che forse quella vittoria non esiste.

Per questo probabilmente DeAndrè è stato, insieme a Pasolini, il miglior testimone dell’Italia contemporanea. Per questo quello che ha scritto non subirà mai l’usura del tempo che passa.

Mi capita spesso di sentire la mancanza di DeAndrè. Chissà cosa avrebbe scritto di questo paese che dà la caccia ai rumeni e si parla addosso in tv, che nasconde la sua polvere sotto tappeti sempre più sfilacciati, oppresso da una falsa morale di comodo. Chissà. Chissà cosa avrebbe detto di questo paese sempre più omologato, silenzioso, inerte. Così lontano dalla sua idea di libertà.

Chissà cosa avrebbe detto oggi uno che diceva: ‘Un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali, sarebbe un mostruoso animale, un cinghiale laureato in matematica pura.’

(questo testo è già stato pubblicato sul mensile ‘Viva Verdi’)

 

Leggi la recensione di "Storia di un Impiegato"

PARLANE SUL FORUM

VOTA IL TUO DISCO PREFERITO DI FABRIZIO DE ANDRE' 


Nicola Ravera Rafele


24-04-2008

Recensione live: Glasvegas

Recensione live: Glasvegas

Glasvegas in concerto
12 Maggio 2009
Magazzini Generali - Milano
Voto: 6.5

Idan Raichel Project: Within My Walls

Idan Raichel Project: Within My Walls

Cumbancha/Helikon 2009
Voto: 7

Wintersleep - Welcome to the night sky

Wintersleep - Welcome to the night sky

"Welcome to the night sky"
(Labwork)
Voto: 7,5
2007

Handsome Furs - Face Control

Handsome Furs - Face Control

"Face Control"
(Sub Pop)
Voto: 7
2009

Recensione live: Michel Portal Unit

Recensione live: Michel Portal Unit

Auditorium Parco Della Musica, Sala Petrassi - Roma
16 Aprile 2009
Voto: 7,5

Recensione live: Astatke/Heliocentrics

Recensione live: Astatke/Heliocentrics

Roma - Circolo degli Artisti
9 aprile
Voto: 8