Torna Manuli, a dieci anni di distanza da “Girotondo, giro intorno al mondo"

Abc, 2004-?
Da un'Idea di : J.J. Abrams, Jeffrey Lieber, Damon Lindelof
Con: M.Fox, E. Lilly, J.Holloway, T. O'Quinn
In principio fu il volo 815 della Oceanic. In principio fu semplicemente un disastro aereo, 48 sopravvissuti e un’isola deserta.
Ma questo era soltanto l’inizio.
E’ impossibile riassumere “Lost”. Troppe cose sono successe, alcune hanno senso, altre no, alcune sono consequenziali, altre sembrano folli.
L’unica cosa certa è che l’isola di Kate e Sawyer, di Jack e Locke, di Ben e degli “altri”, di Jin e di Sayid in 5 serie ha rivoluzionato il linguaggio della televisione.
Nato dalla mentre fervida e paranoica di J.J. Abrams, “Lost” ha la forza di generare e sostenere una struttura nuova, addirittura quella di ribaltare tutti i luoghi comuni sulla costruzione televisiva.
“Il linguaggio televisivo dev’essere più semplice del cinema, perchè la gente quando è a casa propria, con il telecomando in mano, è più distratta. Va in bagno, cambia canale, chiacchiera...”
Chiunque abbia lavorato per la Tv italiana ha sentito ripetere milioni di volte questa “regola d’oro”, elargita come un assioma incontrovertibile atta a vietare allo sceneggiatore l’uso di flash back, ellissi o di qualunque altra cosa potesse rendere la narrazione un pò diversa dal solito.
La regola era: in Tv bisogna fare le cose facili.
Poi arrivò “Lost”, e cambiò tutto e non cambiò nulla. Cioè: la Tv italiana è ancora ferma alla “regola d’oro”, ma nel frattempo J.J.Abrams ha concepito una serie sostenuta da Flash back e Flash forward, complicata fino all’eccesso, travolgente e ritmata, contorta, dove nulla è mai come sembra e ogni informazione viene smentita subito dopo essere stata data.
Altro che “semplicità”: in “Lost” certe volte basta perdere due battute per vedersi sfuggire il senso di un’intera serie.
I nostri naufraghi scopriranno via via nuvole assassine, tempeste elettromagnetiche, abitanti misteriosi, progetti segreti, botole nascoste e numeri magici.
E nel frattempo il loro passato ci indurrà ad avere progressivi dubbi: chi sono davvero i sopravvissuti del volo 815?
Troppe coincidenze, troppe storie al limite dell’assurdo. Forse i nostri naufraghi sono fantasmi? Forse sono simboli? Forse sono alieni?
A cavallo della messa in onda della fortunatissima prima serie (Marzo 2006 in Italia), in città non si parlava d’altro. Ricordo teorie mistiche che vedevano in “Lost” l’avvento di una nuova verità rivelata.
Nulla di tutto ciò. La forza di “Lost” è semplicemente quella di avere sfruttato per la prima volta a pieno le potenzialità dello strumento televisivo.
La struttura della serie procede, per così dire, per “stratificazioni ascensionali”: ogni cosa viene spiegata aggiungendone un’altra più grande, più assurda, più sorprendente. In molti punti gli autori ci portano a un passo dalla rottura (“Oddio che palle non si capisce niente...”), per poi virare all’improvviso altrove, immergendo lo spettatore in un nuovo problema più complesso, facendogli dimenticare quello precedente. Questo permette loro di non spiegare alcuni passaggi, che restano oscuri, completamente dimenticati, magari per decine di puntate. E poi si risolvono molto tempo dopo.
Le possibilità di serializzazione date dal concetto stesso di serie Tv (sostenere il racconto con storie “orizzontali” che avanzano nel corso delle puntate) viene qui usato al suo massimo livello, portando lo spettatore a provare una totale empatia con personaggi che, dopo anni, ha la sensazione di conoscere ala perfezione.
L’abilità della scrittura, in “Lost”, sta tutta nella sfida intellettuale tra gli autori e gli spettatori, continuamente messi di fronte a incastri logici, rimandi, spiegazioni, e quindi costretti a essere quasi parte attiva: per vedere “Lost” bisogna pensare. Da qui le infinite serate che qualunque appassionato della serie ha passato a discutere con gli amici sul “vero significato” di alcuni passaggi.
E da qui anche la rivoluzione: “Lost” è una televisione che non dà risposte. Sbaglia chi critica la serie dicendo che “le cose non tornano”: piano piano torna tutto, ma soprattutto non è quello il problema. Perchè il bello è nel viaggio, non nell’arrivo. Non si può analizzare “Lost” con i criteri con cui si analizza un thriller per il cinema. Appunto perchè J.J.Abrams ha operato una rivoluzione: qui la Tv non è più la parente povera del grande schermo, ma lo strumento di una nuova forma di linguaggio, che fa della durata nel tempo (la serie), dell’ansia (l’attesa tra una puntata e l’altra), dell’interpretazione (forum e siti che dibattono) i suoi punti di forza.
E quindi ogni significato è transitorio, ogni spiegazione è passeggera, ogni finale è temporaneo.
“Lost” è una scatola aperta, un gioco a combinazioni multiple, ed è probabile che nella mente degli autori nemmeno esistano spiegazioni a ogni domanda.
All’interni di questo complesso meccanismo di specchi, dove ogni cosa non è quella che sembra, si muove un gruppo di personaggi costruiti alla perfezione, con la mano sapiente di chi sa lavorare con gli archetipi senza cadere negli stereotipi.
Ad aggiungere mistero alla serie, c’è un continuo gioco di rimandi e citazioni: ogni cosa in “Lost” vuol dire qualcos’altro, ogni numero ha un significato particolare, ogni nome nasconde un indizio (vi dice qualcosa John Locke?) espediente usato alla perfezione per aumentare la mole di dibattiti e paranoie assortite su internet.
In Italia abbiamo visto fino alla quarta stagione. Si attende la quinta, e poi, così si dice, un film per il cinema a conclusione della serie.
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Nicola Ravera Rafele
06-11-2008