Luca Prodan: storia di un rocker dimenticato.

Nato a Roma, famosissimo in Argentina e sconosciuto da noi. A vent'anni dalla morte, la storia del Joe Strummer italiano.

Luca Prodan: storia di un rocker dimenticato.

Che in Italia ci fosse la tendenza a dimenticare chi cerca strade alternative a quelle dell’intrattenimento di massa, lo sapevo già, ma che a Roma fosse nato uno dei migliori musicisti post-punk della scena anni ’80, quello no. Non lo sapevo.

Luca Prodan è nato a Roma nel 1953. E’ morto a Buenos Aires nel 1987. Era un grande musicista, ma per scoprirlo ho dovuto andare in Argentina.
Già, perchè lì ‘Luca’, o ‘El Pelado’, come lo chiamano, è una specie di monumento nazionale.
Il suo gruppo, i ‘Sumo’, con solo tre dischi ufficiali hanno cambiato per sempre la storia del rock nazionale, e ancora oggi la passione per la loro musica non accenna a spegnersi.
Strana storia, quella di Luca Prodan. Parabola emblematica e terribile di creatività e bruciante e autodistruzione più o meno consapevole, finita con Luca sul pavimento di una casa di San Telmo, a Buenos Aires, poco più di vent’anni fa.

Di famiglia ricca, il giovane Luca viene spedito a studiare in un super-esclusivo college scozzese. Appena può scappa a Londra, scopre i Clash, i Joy Division (di Ian Curtis diventerà molto amico) e l’eroina. Dopo un passaggio a Roma giusto il tempo per essere arrestato per renitenza alla leva, torna a Londra, e poi va in Argentina. In Argentina ci va a trovare Timm, l’unico ex compagno di college con cui aveva legato, che diventerà il suo manager.

E’ il 1981, l’Argentina è ancora quella del generale Videla, dei desaparecidos, dei 30.000 morti che ancora oggi non hanno avuto giustizia.
Luca si stabilisce nella provincia di Cordoba, lontano dal caos di Buenos Aires, e, almeno questa era l’idea, lontano dall’eroina. Il progetto fallisce rapidamente: Luca è troppo attratto dal mondo underground della capitale.
Chiama una sua amica londinese che fa la batterista (Stephanie Nuttal), raccatta un chitarrista (Germán Daffunchio), e un bassista (Alejandro Sokol) e fonda i ‘Sumo’.
L’inizio non è facile: sotto la dittatura, suonare rock richiede parecchie cautele. I Sumo si esibiscono nei bar (soprattutto al Cafè Einstein, lontano dagli occhi e dalle orecchie dei militari), e il loro pubblico all’inizio non supera le 100 unità.
Ma la voce si sparge velocemente: il mix di Punk, ska-reggae e new-wave di Prodan sta rapidamente cambiando la storia del rock argentino.
Nel frattempo Stephanie torna in inghilterra, Sokol passa alla batteria e Diego Arnedo diventa il nuovo bassista. Al gruppo si aggiunge Roberto Pettinato al sax.
Luca non fa mistero di non sopportare i suoi predecessori, i ‘mostri sacri’ della musica locale come Spinetta e Fito Paez, canta in inglese (incurante della guerra delle Falkland/Malvinas che esclude dalle radio tutta la musica non ispanica), continua a farsi di eroina e grappa locale. Ma soprattutto suona tanto, e bene. Le sue esibizioni 'live', travolgenti, fanno storia.
A metà degli anni ’80 i Sumo sono già il gruppo di riferimento di tutta la scena Indie del paese, nel frattempo uscito dalla dittatura e alla ricerca di un fragile nuovo equilibrio.
Tra il 1985 e 1987 escono tre dischi ‘ufficiali’: ‘Divididos por la felicidad’, ‘Llegando los Monos’, e ‘After Chabon’.
Il perfetto equilibrio tra i generi, la straordinaria carica ‘live’, i testi ironici e rabbiosi fanno dei Sumo uno dei migliori gruppi della loro epoca, con nulla da invidiare alla scena post-punk anglo-americana.
Da citare tra le altre ‘Divided by Joy’, ‘Heroina’, il punk di ‘El ojo Blindado’, l’inno ‘Lo quiero ya’, con la voce rabbiosa di Prodan che urla ‘No se lo que quiero/ pero lo quiero ya’, e ‘Manana en el Abasto’, quasi un testamento musicale (l’Abasto è il quartiere del mercato di Buenos Aires, dove Luca abitava), votata come migliore canzone della storia del rock argentino.

Luca Prodan morirà poco dopo la pubblicazione di ‘After Chabon’, il 22 Dicembre 1987, per un attacco cardiaco.
Postumi verranno pubblicati ‘Fiebre’ (1989) e soprattutto, nel 1996, ‘Time Fate Love’, meravigliosa testimonianza degli anni a cavallo tra Londra e Cordoba, con canzoni come ‘Not like London’ e ‘Strange Things’ dove emergono chiarissime le influenze di Ian Curtis e Joe Strummer, ma anche di Nick Drake e Lou Reed.

Oggi Luca Prodan in Argentina è un idolo, le scritte ‘Luca vive’ coprono i muri di Buenos Aires, per vedere un documentario su di lui si devono fare due ore di coda al cinema.
Il documentario sopra citato è quello che mi ha permesso di scrivere queste poche righe su un personaggio straordinario, nato a Roma e completamente dimenticato dalla sua città natale, forse troppo attenta a mitizzare generazioni di cantautori locali ormai bolliti da vent’anni, e incapace di riconoscere chi ha cercato di trovare una voce diversa, originale, libera, non provinciale.

 

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Nicola Ravera Rafele


03-09-2008

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