Miracolo a Sant'Anna (Spike Lee)

Il deludente tentativo di Spike Lee di riscrivere la storia della resistenza, tra confusione e stereotipi.

Miracolo a Sant'Anna (Spike Lee)

Miracolo a Sant'Anna

(Miracle at St.Anna)

USA, 2008

Un film di Spike Lee

Con: Derek Luke, Michael Ealy, Laz Alonso, Omar Benson Miller, Matteo Sciabordi, John Leguizamo,  Pierfrancesco Favino, John Turturro, Chiara Francini, Omero Antonutti, Luigi Lo Cascio.

Sceneggiatura: James McBride

Fotografia: Matthew Libatique

Montaggio:  Barry A. Brown

 

Non si può restare sempre ai livelli di Inside man e della 25ma ora, ma è piuttosto mediocre l'ultima opera di Spike Lee, uscita in Italia venerdì 3 ottobre tra le molte polemiche e critiche.
In un ufficio postale americano un impiegato di colore uccide improvvisamente con un colpo di pistola in fronte un cliente che gli aveva chiesto un francobollo. Accusato di omicidio e imprigionato, l’impiegato Hector, incensurato e con medaglie al valore, si rifiuta di fornire spiegazioni sul suo gesto e sul motivo per cui la testa di una scultura toscana di inestimabile valore sia stata ritrovata nel suo ripostiglio. Per svelare questi misteri bisogna tornare al 1944, in Toscana, dove quattro soldati di colore appartenenti alla 92ma divisione “Buffalo” (interamente composta da afroamericani) superano eroicamente il fiume Serchio e, dopo aver salvato la vita al piccolo Angelo (Matteo Sciabordi), si rifugiano in un piccolo paese. Qui restano bloccati a causa dell’accerchiamento tedesco e della stupidità dei superiori bianchi che esigono un prigioniero nazista da interrogare. Nello stretto contatto con gli abitanti del paesino e con i partigiani, i quattro valorosi (Hector, Bishop, Train e Sam) trovano un posto più accogliente della loro patria che li ha sempre discriminati. I nazisti avanzano, forti anche della complicità di un partigiano traditore, sterminano la popolazione del vicino paese di Sant’Anna, colpevole di non aver fornito informazioni sul partigiano “farfalla” (Pier Francesco Favino), e infine arrivano a scontrarsi con gli americani.
L’aggrovigliata trama che procede per flashback a scatole cinesi, ritrae un gruppo di eroi neri nel loro difficile rapporto con la patria razzista, per la quale rischiano la vita sebbene questa tratti meglio persino i prigionieri tedeschi.
I “Buffalo soldiers” sono cavie, carne da macello cui i bianchi non riconoscono la minima capacità strategica e morale.
Nell’onorevole tentativo di restituire la giusta dignità e memoria ai soldati di colore che si impegnarono nella Seconda Guerra Mondiale, Spike Lee esce dai confini americani per analizzare i rapporti neri/bianchi all’estero. Uomini senza patria alla ricerca di uno spazio loro, i “Buffalo soldiers” sembrano ingabbiati e abbandonati in mezzo a più nemici: l’odio razziale americano di casa, il traditore partigiano in Italia, i nazisti che incombono.
Spike Lee per tradurre in immagini il romanzo di James McBride (anche sceneggiatore), è costretto a cambiare continuamente il registro della narrazione: si parte dall’atmosfera thriller iniziale per poi passare al film di guerra e di denuncia e finire in un genere fiabesco-drammatico che rischia il kitsch (il finale alle Bahamas). E proprio nel continuo cambiamento di tono, nella difficile gestione di pause e accelerazioni, la storia si perde. Si perde nel tessuto di vicende, tra personaggi toccati e subito abbandonati senza approfondirne i tratti. Al di là dei quattro “buoni”, le altre figure sono sommarie, dipinte come macchiette retoriche prive di profondità, cui nemmeno i nostri attori riescono a conferire spessore (e si parla di attori del calibro di Omero Antonutti, Luigi Lo Cascio e Valentina Cervi).
La musica eccessivamente solenne di Blanchard e la confusionaria sceneggiatura lasciano spazio a momenti di intenso patetismo disseminato qua e là lungo l'eccessiva durata del film (144'). Così anche quel briciolo di complessità che viene conferito a alcuni personaggi (il nazista pentito e il partigiano critico) fa in tempo a perdersi nell'intricato polverone di stereotipi.
Spike Lee aveva invitato tutti gli attori a guardare i film del neorealismo italiano ma non riesce a replicarne la forza, e anche la critica antirazziale, suo storico cavallo di battaglia, finisce per essere debole e schematica come i personaggi che dovrebbero supportarla.
 
La polemica


Arrabbiati per l’invenzione della figura del partigiano traditore e per l’insinuazione che la strage di Sant’Anna fosse stata provocata, seppur indirettamente, dal comportamento dei partigiani, Giorgio Bocca e l’associazione dei partigiani (ANPI) hanno espresso la loro indignazione nei confronti del film. Spike Lee ha risposto sottolineando il suo intervento artistico e la natura romanzesca della storia narrata (oltretutto un cartello all’inizio del film informa che non si tratta di un film storico ma di un racconto ispirato a una storia vera).
Spike Lee non racconta la verità dei fatti, ma solo una storia. Questo è un film, avvisa.
Per motivi di coerenza bisogna però ricordare la polemica che lui stesso aveva acceso a Cannes 2008 contro Clint Eastwood, accusato di razzismo perché nel suo dittico sulla guerra di Iwo Jima non appariva alcun soldato afroamericano (secondo le ricerche storiche dei collaboratori di Eastwood in questa battaglia c’erano solo pochi afroamericani e l’antirazzismo del film era già sottolineato dalla figura dell'indiano Ira).
Al di là dell’assurdità di questa accusa, se Eastwood non può dare una visione dei fatti di Iwo Jima, perché dovrebbe poterlo fare mister Lee con la nostra storia?
Forse è solo un problema di incoerenza.


Francesco Clerici

 

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06-10-2008

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