Di Don Winslow
Einaudi
320 pp.
16,00 euro

Neri Pozza Editore
pagine 510
euro 18.00
Ci sono voluti 100 anni esatti dalla pubblicazione in patria, per attendere la prima traduzione italiana del romanzo d'esordio di uno dei padri della letteratura giapponese moderna. Della traduzione, non avendo competenza alcuna in fatto di lingue orientali, non posso dirvi molto, eccetto che Antonietta Pastore rende il tutto in un italiano scorrevole e accattivante. Da appassionato di molti aspetti della cultura nipponica, tuttavia, mi accingo a raccontarvi del libro con entusiasmo. Ed elegante ritardo: la prima edizione, sempre per Neri Pozza ma evidentemente più "sotterranea", risale ad un paio di anni fa, ma la particolarità del testo deve aver conquistato rapidamente nuove fasce di lettori, perchè siamo arrivati alla quinta.
Siamo di fronte a un libro che ha quasi tutte le caratteristiche dello Shishōsetsu, o Romanzo-Io (narrazione in prima persona, vasta conoscenza della letteratura, espressa con il maggior numero possibile di riferimenti a opere letterarie in relazione ai sentimenti dei personaggi, tuttavia attraverso una scrittura non troppo elaborata) con un'innovazione senza precedenti almeno in Giappone, perchè l'io narrante è il felino di casa. Espediente che da un lato rende problematico, si può obiettare, il tener fede a un altro presupposto del genere, cioè il realismo (una volta accettato l'assunto di partenza la narrazione è realistica, e di una lucidità spietata), dall'altro consente all'autore di descrivere con ironia e autoronia sè stesso (è facile riconoscere nel padrone di casa, professore d'Inglese nevrotico e dispeptico, un autoritratto feroce dello stesso Sōseki, che di ulcera sarebbe morto non ancora cinquantenne, nel 1916) e il suo mondo.
Di Sōseki Natsume ricordiamo che è considerato il maestro di grandi scrittori della generazione a lui successiva, come Mishima, Tanizaki, Kawabata, e che uno dei suoi testi più belli, Guanciale d'Erba, è stato a lungo il libro preferito di un musicista di genio come Glenn Gould. Docente di Letteratura Inglese presso l'Università Imperiale a Tokyo, Sōseki lasciò l'insegnamento nel 1907, dopo la pubblicazione del suo secondo romanzo Botchan, per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.
Tutti i libri di Sōseki, e il suo folgorante esordio non fa eccezione, trasmettono la tensione palpabile che il Giappone avvertiva alla fine dell'era Meiji, all'alba del ventesimo secolo. Un'intima lacerazione, che l'autore esprime con toni ora accorati, ora satirici e ridanciani, ma sempre partecipandone. Al suo meglio la prosa, anche trattando di temi apparentemente minimi, si fa quasi poesia. Qualche passaggio è erudito in modo compiaciuto ma giocoso, e certi esercizi di stile, certi sproloqui esilaranti degli amici del professore, che sembrano ubriacarsi del loro stesso gusto di raccontare, hanno l'enormità dele pagine rabelaisiane. E come in Rabelais, azzardo (naturalmente con tre secoli e molte migliaia di chilometri di distanza) la risata seppellisce un horror vacui di cui resta, sottopelle, il brivido.
Il Paese del Sol Levante, al tempo di Sōseki, è a una svolta epocale: l'aperura all'Occidente, dopo secoli di tradizioni immobili, in Giappone si tradurrà in un terremoto ben più forte di quelli che fanno periodicamente tremare le isole vulcaniche di cui è composto. Sarà una corsa a perdifiato, con i parametri occidentali, dal mediovo alla modernità. E correndo correndo, una perdita di principio, di direzione, di senso, investirà uomini, donne, bambini. E gatti. Anzi il nostro felino, che seppure letterato e filosofo resta sempre un gatto - tenero e cinico, pigro e intraprendente, generoso ed egoista, ma quanti di noi sono contraddittori come lui? - pagherà sulla sua pelle l'apocalittico smarrimento dei membri della società umana che la vita gli ha dato per compagni. Contorti, più che contraddittori. Abbozzi di persone, che il micio e l'autore che parla attraverso di lui sembrano guardare con compassione, pietà, speranza nonostante tutto.
Adriano Lanzi
12-11-2008