Torna Manuli, a dieci anni di distanza da “Girotondo, giro intorno al mondo"

Ecco un film che si nutrirà dell’indispensabile linfa del passaparola. Talmente semplice e delicato da risultare suo malgrado un vessillo nella battaglia autoriale contro il produttore del questofilmnonsipuòfaremachiselovede? . Una pellicola costata pochissimo (si dice solo 50mila euro) e che è diventato il vero caso della 65° Mostra di Venezia. La sua forza è nel mostrare un cast di ultraottantenni con la stessa naturalezza con cui gli americani ingombrano lo schermo di figa e i produttori nostrani di Mastandrea. La sola presenza di queste meravigliose non professioniste supportate da un’idea graziosa (il figlio sessantenne di una di loro a cui viene imposto il ruolo di badante nel giorno di Ferragosto) sembra paradossalmente svecchiare l’ammuffito cinema italiano degli ultimi anni aggiungendo la ciliegina ad una torta che col Garrone di Gomorra (qui produttore) e il Sorrentino de “Il divo” ci ha ridato orgoglio e speranza per il futuro. “Pranzo di ferragosto” è un film che l’esordiente Gianni Di Gregorio voleva fare da dieci anni e non stentiamo a crederlo immaginandoci tutta la varietà di rifiuti ricevuti negli anni dai nostri avveduti produttorucoli. Per fortuna il suo è un film senza scadenza, fresco e vivace pur mancando, tra registi e attori, un under cinquanta. Non servono battute particolari quando la situazione minimalista e, per questo, delicatamente comica ha la forza di predisporre alla benevolenza qualsiasi tipo di spettatore. Di Gregorio racconta la solitudine amara di chi è costretto a Roma durante Ferragosto. Un topos già largamente presente ne “Il sorpasso” e in “Un sacco bello” qui affrontato dal punto di vista di chi non può permettersi alcuno svago: gli anziani. Categoria disprezzata filmicamente proprio in un paese in cui la dittatura geriatrica non ha eguali in Europa. Un’ Italia il cui panorama televisivo gronda politici vecchi e figa giovane ma che esclude da ogni campo visivo la presenza di donne che hanno passato i cinquanta. Le protagoniste del film non sono mai trattate in maniera buonista e non vengono risparmiate scene in cui le adorabili vecchiette appaiono come delle grandi rompicoglioni, conferendo verità alla vicenda ed evitando qualsiasi accento ottimistico. Come nella migliore commedia all’Italiana ogni personaggio, compreso il regista nei panni del “badante”, porta acqua al suo mulino ed è preda di un egoismo sconfinato confermato dal finale. Se il film fosse stato spagnolo o francese si sarebbe gridato al capolavoro con ore di fila davanti al Nuovo Sacher, speriamo invece che una buona distribuzione e un vivace passaparola rendano merito a questo felice esordio che regala barlumi di speranza a chi ha sempre creduto che il cinema sia una questione di idee e talento e non solo di indiscriminato star system.
Tommaso Capolicchio
08-09-2008