Sigur Ròs - Með suð í eyrum við spilum endalaust

Il quinto album della band islandese rivela un maggior senso di gioia nella struttura delle canzoni sempre ben arrangiate ed intense

Sigur Ròs - Með suð í eyrum við spilum endalaust

Með suð í eyrum við spilum endalaust
(Emi)
Voto: 7,5
2008

 

 

 

 

 

 

Questi primi dieci anni del 2000 sono stati disastrosi con fatti di cronaca deliranti e drammatici per tutto il mondo; dalle Torri gemelle alla guerra costante in Iraq ed Afghanistan, per non parlare di tutti gli altri conflitti spesso taciuti.

 

 

E poi il nostro pianeta sempre più soffocato dall'inquinamento con il Polo Nord ormai geograficamente estinto e con una vasta fauna che rischia, nel breve volgere di pochi anni, di scomparire per colpa dell'idiozia di tutti noi umani, dal grande potente al più semplice cittadino che, salvo pochi casi isolati, fa ben poco per salvaguardare ciò che è anche il suo habitat naturale.
La politica è completamente impazzita in mano a multinazionali tra l'altro in difficoltà, ed una globalizzazione controllata solo nell'aspetto del business e non della crescita culturale.

 

 

E' un quadro drammatico quanto reale all'interno del quale ognuno cerca di trovare una propria piccola scappatoia, un raggio di speranza dietro a tante tenebre.

Un qualche sprazzo di positività arriva proprio da chi fino a poco tempo fa distribuiva note di densa malinconia nelle proprie opere: i Sigur Ròs.

 

 

E di sicuro loro hanno di che essere contenti poiché nel breve volgere di 8 anni il proprio nome, inizialmente conosciuto solo da alcune persone in Islanda, è divenuto un marchio importante della musica contemporanea, un successo tra l'altro ottenuto con lavori che di commerciale hanno ben poco.

Ed in una fase intellettuale dove si gioca sempre più al ribasso (soprattutto in Italia), la loro ascesa ha qualcosa del fiabesco, un po' proprio come la loro musica.

 

 

Questo loro quinto album poi rivela come ci sia la proposta di un ritorno alla pura essenza umana caratterizzata da giovani ignudi che ballano felici, come adepti di un culto neo-pagano, nel video del singolo di lancio “Gobbledigook”, un brano anomalo nell'intera discografia del quartetto.

Infatti il pezzo è giocato su un ripetuto ed acceso giro di accordi della chitarra acustica, batteria percussiva e poco altro, escludendo la voce in falsetto caratteristica di Jonsi.

E' una canzone di natura freak come già hanno abituato gli Animal Collective, un'anomala apertura che lascia supporre una sorta di cambiamento nella composizione dei brani.

 

 

Ma già dal secondo episodio “Inní mér syngur vitleysingur” le atmosfere ritornano quelle più canoniche, ossia dall'andamento più orchestrale e positivamente “barocco”.
La variazione che però si percepisce è nel senso di tenera felicità che vuole emergere da questo nuovo cd, emozione sovente evocata in episodi sparsi nel disco.
Non mancano certo anche ballate più soffuse dai toni maggiormente nostalgici e struggenti, ma anche in questo caso manca quella drammaticità caratteristica dei precedenti lavori.

 

 

Sarà forse che è il primo registrato fuori dall'Islanda?
Di sicuro questa non è la risposta giusta, è però da sottolineare come il tutto sia stato composto in vari luoghi tra cui New York, Havana, Londra e Reykjavík nella sua parte finale, una città ed una terra che riveste sempre una fondamentale importanza per l'ispirazione sonora del gruppo che, per la prima volta, si cimenta con l'inglese in “All right”, mentre il resto lo esegue nella propria lingua madre, senza tralasciare però un brano in “hopelandic”, il tipico cantato senza liriche marchio di fabbrica del loro vocalist-chitarrista.

 

 

“Með suð í eyrum við spilum endalaust” significa letteralmente “con un ronzio nelle orecchie noi suoniano all'infinito” ed il pubblico che li ama non può che rimanere loro affianco a godersi ancora una volta un altro eccellente capitolo della loro fulgida carriera.

 

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Gianluca Polverari


04-07-2008

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