Glasvegas in concerto
12 Maggio 2009
Magazzini Generali - Milano
Voto: 6.5

Di Fabrizio De Andrè
(Edizioni Musicali Editori Associati a cura di Roberto Dané, 1973)
Arrangiamenti e direzione d'orchestra di Nicola Piovani
Chitarre: Fabrizio De André, Silvano Chimenti, Bruno Battisti Damario
Basso elettrico: Daniele Patucchi
Batteria: Enzo Restuccia
Contrabbasso: Antonio Ferrelli
Pianoforte: Nicola Piovani
Synthesizer: Giorgio Carnini
“Lottavano così come si gioca...”
Comincia così, con un verso che descrive e sotterra il ’68, “Storia di un impiegato”.
Scritto da Fabrizio De Andrè nel 1973 con Nicola Piovani (musica) e Fabrizio Bentivoglio (testi), chiude una trilogia ideale di concept album di cui fanno parte anche “La buona Novella” (1970) e “Non al denaro non all’amore nè al cielo” (1971).
Il disco racconta la storia di un impiegato che ascoltando una canzone di lotta del ’68 (La canzone del Maggio) riflette sulla sua incapacità di prendere parte alla lotta, perchè ormai troppo integrato nella società borghese (La bomba in testa). In un sogno, l’impiegato vede sè stesso mettere una bomba in un ballo mascherato dove, simbolicamente, ci sono tutti i miti della società corrente (Al ballo mascherato).
La bomba esplode uccidendo le espressioni del potere, ma un giudice invece di condannarlo lo ringrazia: con il suo gesto, l’impiegato ha garantito un ricambio necessario al buon funzionamento della società (Sogno Numero due).
Il sogno si trasforma in incubo quando l’uomo sogna suo padre, che lui stesso ha ucciso “in un sogno precedente”, e capisce di essere uguale a lui (Canzone del padre).
L’impiegato si sveglia consapevole di essere in tutto e per tutto funzionale a quella società che odia.
Decide allora di mettere una bomba al parlamento, ma la bomba è piazzata male, e fa esplodere un chiosco di giornali (Il bombarolo).
In carcere, l’impiegato scrive una lettera alla sua fidanzata (Verranno a chiederti del nostro amore), e poi, nell’ultima traccia del disco, assume finalmente una nuova consapevolezza del suo ruolo all’interno di una collettività, in questo caso il carcere, e della lotta (Nella mia ora di libertà).
Riflessione sul senso della lotta e sulla assuefazione al mondo borghese, “Storia di un impiegato” è un piccolo capolavoro di equilibrio nei testi e nella composizione di ballate semplici e efficaci.
I testi sono una straordinaria sintesi di capacità descrittiva e lirismo.
De Andrè riesce a essere sempre profondo e mai banale: non c’è nulla di invecchiato o ideologico nel ritratto dell’impiegato, e non in un solo verso si cede a una retorica che, dato il tema e l’epoca, era dietro l’angolo.
Il continuo cambio di registro tra il lirico (Lottavano così come si gioca/i cuccioli del maggio era normale/loro avevano il tempo anche per la galera/ad aspettarli fuori rimaneva/la stessa rabbia la stessa primavera), il drammatico (e scappò via con la paura di arrugginire/il giornale di ieri lo dà morto arrugginito/i becchini ne raccolgono spesso/fra la gente che si lascia piovere addosso), e l’ironico (c'è chi lo vide piangere/un torrente di vocali/vedendo esplodere/un chiosco di giornali) fa da contrappunto alla struttura politica dell'intero lavoro.
Struttura che permea tutti i testi del disco, forse quello più apertamente schierato di De Andrè: dal refrain iniziale e finale (Per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti) fino ai versi in “Nella mia ora di libertà”: “ora sappiamo che è un delitto / il non rubare quando si ha fame”.
Un discorso a parte merita “Verranno a chiederti del nostro amore”, impostata come una lettera del carcerato alla sua fidanzata, è probabilmente una delle più belle canzoni d’amore mai scritte da De Andrè, nella quale la contingenza narrativa si fonde in un discorso più ampio, assoluto, sostenuto da una lievissima tessitura di pianoforte.
Non è un caso se questa è l’unica canzone del disco che Fabrizio ha poi riproposto in concerto con continuità.
Partendo dalla storia privata dell’impiegato/carcerato e della sua ragazza, De Andrè scrive una amara e tagliente riflessione sui compromessi della coppia borghese, tutta poggiata sulla frase-cardine “non sei riuscita a cambiarmi / non ti ho cambiata lo sai.”
La “Canzone del Maggio” è liberamente tratta da un canto del Maggio francese (“Chacun de vous est concernè” ) scritta da Dominique Grange, ma la musica è completamente reinventata dalla coppia De Andrè-Piovani.
Della canzone circola anche una versione censurata , con alcuni versi cambiati.
Impossibile stabilire se “Storia di un impiegato” sia il capolavoro del cantautore genovese oppure no, visto che in tutta la sua produzione non c’è un solo disco che non sia ispirato e necessario.
In tanti anni non ho mai sentito due persone essere d’accordo sull’argomento. Ognuno ha il suo preferito, come è giusto che sia quando un autore è così grande da entrare, in qualche modo, nella storia personale di tutti noi.
Noi abbiamo scelto “Storia di un impiegato” perchè ci ricorda un’ Italia più libera e più coraggiosa, un’Italia dove si potevano scrivere dodici canzoni come queste, riflettendo sulla borghesia e sulla violenza, sulla lotta e sul carcere, sui rapporti tra le generazioni e sulla ribellione.
Un’Italia, insomma, dove c’era Fabrizio De Andrè.
Nicola Ravera Rafele
13-11-2008
Glasvegas in concerto
12 Maggio 2009
Magazzini Generali - Milano
Voto: 6.5
Auditorium Parco Della Musica, Sala Petrassi - Roma
16 Aprile 2009
Voto: 7,5