Torna Manuli, a dieci anni di distanza da “Girotondo, giro intorno al mondo"

Ger, Eti, Fra 2008
Un film di Hailè Gerima
Con: Aron Arefe, Abiye Tedla, Takelech Beyene
Sceneggiatura: Hailè Gerima
Fotografia: Mario Masini
Montaggio: Hailè Gerima
Acclamato all’ultima Mostra del cinema di Venezia, Teza avrebbe di certo tutti i numeri, artistici ma anche extra cinematografici, per diventare un grande successo una volta uscito dallo stritolante meccanismo della (non) distribuzione in sala.
Attraverso la storia del protagonista Anberber, giovane medico idealista, si percorrono gli ultimi trent’anni di storia etiope: dalla presa del potere di Hailè Salassié alla dittatura di Menghistu, dalla caduta del muro di Berlino fino al sogno utopico di un futuro diverso migliore.
Grazie alla laurea conseguita in Germania Anberber spera di poter aiutare il proprio paese a curare le malattie più comuni che flagellano la popolazione africana. Intelligente ma privo del coraggio necessario il giovane rimane indolente di fronte alla prepotenza, all’arretratezza culturale e all’intolleranza che regnano incontrastate nel paese del corno d’Africa. Cambiano i potenti e le loro ideologie in Etiopia, sembra pensare il regista, ma c’è un peccato originale non cancellabile che sembra si sfami ogni volta digerendo il coraggio delle nuove generazioni, così portandole ad una schizofrenia omicida che non riesce mai a saziarsi delle vite che spegne.
D’altro canto anche il credito del Nostro verso l’occidente non è ben riposto.
E’ sintomatico di questa verità un sogno di Anberber che il regista ci mostra nella più suggestiva sequenza del film: quando trovandosi all’interno di un deposito di grano, in cui si aprono crepe che lasciano fuoriuscire i chicchi del cereale fino a soffocarlo, il giovane cerca di tappare, invano, le fessure strappando le pagine di un libro (metafora del sapere acquisito all’estero).
Da questo quadro affiora dunque una poetica dell’angoscia e dell’annichilamento, in cui l’unico indizio di illusoria speranza viene dato, come spesso accade al cinema e in letteratura, da una nuova nascita al termine dell’opera.
Teza (“Rugiada” o "Tesi" in amarico), è una pellicola dallo sviluppo convenzionale, ma energico e intellettualmente corretto. I momenti di brutalità sono però raccontati con singolare realismo, forse non abbastanza filtrato per colpa dell’eccessiva vicinanza con circostanze di estrema disumanità. Lo snodo della narrazione è delegato alla voce off del personaggio principale (scelta non strana in una cultura principalmente di tradizione orale) e in un certo modo la vicenda si qualifica come una specie di rituale terapeutico per tutta l’Etiopia. Anberber rimpatria nel 1990 ed è orribilmente mutilato nel fisico e nella psiche, ma non ne rammenta le cause.
Creduto indemoniato è sottoposto ad un esorcismo in cui viene lavato con spruzzi di acqua gelida, allo stesso modo dei casi di schizofrenia nelle feroci cure psichiatriche di un passato italico non troppo lontano. Solo dopo tale tortura Anberber riuscirà a ricordare. Indubbiamente a questo punto, secondo i desideri dell’autore, anche l’Etiopia e il mondo intero dovrebbero ricordare.
Teza sembra appositamente costruito per far leva sul senso di colpa occidentale ed europeo in particolare. Eppure il regista dovrebbe ben sapere il rischio di riporre aspettative nell’Europa: certo, ha ricevuto molteplici attestati di stima e altrettante onorificenze (minori), ma la realtà è che noi desideriamo sentirci buoni nel convincimento di stare, sempre, nel giusto, e quale miglior sistema c’è più di un “riconoscimento culturale” per pulirsi la coscienza di fronte alle nostre colpe passate e presenti ?
Poco importa se, dopo le premiazioni e gli applausi, il film non lo andrà a vedere (quasi) nessuno.
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Pietro Cattaneo
15-04-2009