Glasvegas in concerto
12 Maggio 2009
Magazzini Generali - Milano
Voto: 6.5

"Starsailor"
(Straight)
Anno: 1970
Formazione:
Tim Buckley – voce
Lee Underwood – chitarra
John Balkin – contrabbasso
Maury Baker – batteria e timpani
Buzz Gardner – tromba
Bunk Garnder – sax
Tim Buckley è forse l’unico caso nella storia della musica di padre reso celebre dal figlio.
Qualche anno fa infatti fu proprio Jeff Buckley a destare, prima con il grande successo del suo album “Grace” (che probabilmente ha venduto di più di tutti i dischi di Tim messi insieme) poi con la sua fine tragica, un certo interesse verso la figura del padre, interesse che definire di “massa” è ampiamente esagerato, ma che in qualche modo ha scalfito la nicchia ristretta del suo culto fino ad allora abbastanza impenetrabile.
In realtà una certa notorietà, anche stavolta postuma, gli venne a metà degli anni ’80 grazie alla cover di “Song to the Siren”, cantata da Liz Fraser e contenuta nel primo disco dei This Mortal Coil, il supergruppo voluto da Ivo Watts-Russell per tentare la sinergia (impossibile) tra molti dei nomi più prestigiosi della sua storica etichetta, la 4AD. Ma questa è un’altra storia, anche se in parte proprio a lui debitrice.
Sono in tanti a considerare Tim Buckley il più grande cantante della storia del rock, ed è effettivamente difficile trovare qualcuno che possa vantare le sue doti: sopra un’estensione vocale mostruosa Buckley seppe costruire differenti e strabilianti tecniche di canto, paragonabili per intensità e ricchezza solo a ciò che in campo femminile, su terreni assai diversi e con riscontri commerciali infinitamente superiori, riuscì a fare la signora Ella Fitzgerald.
La storia musicale di Buckley parte all’incirca nel 1966, quando inizia a frequentare i circuiti alternativi di Los Angeles e viene notato da Herb Cohen, manager di Frank Zappa e Captain Beefheart, grazie al quale incide il suo primo album per la Elektra.
In quegli anni il folk è soprattutto Bob Dylan, ma ben presto, pur dichiarandosi a lui debitore, Buckley inizierà a sperimentare percorsi che, partendo dal folk, lo porteranno a contaminare pesantemente l’impianto iniziale con elementi che attingono soprattutto alla psichedelia e al jazz.
I quattro dischi pubblicati nel quadriennio 1967-1970 (“Goodbye and Hello”, “Happy Sad”, “Blue Afternoon” e “Lorca”) confermeranno in misura diversa questa tendenza.
“Starsailor” non è l’ultimo disco di Tim Buckley, ma è come se lo fosse. E’ la sintesi definitiva della sua arte, uno dei vertici dell’intera musica del Novecento.
L’apertura è affidata a “Come here woman”: vaghi sospiri di basso, chitarra e percussioni danno vita ad una sorta di mantra spettrale e inquietante, sul quale irrompe la voce in uno dei suoi registri più tetri e gravi.
Sembra un incubo popolato dal fantasma di Jim Morrison. Intorno alla metà la tensione sembra stemperarsi, ma ben presto si ricompone intorno ai vocalizzi funambolici e ai gorgheggi spastici di Buckley, che del disco saranno la trama dominante in un flusso di coscienza solo apparentemente disarticolato, sconnesso, dalle tinte oniriche e vagamente psicotiche.
La successiva “I woke up” è il racconto di un sogno e del successivo risveglio, un brano che sta nel solco del precedente e che solo sporadicamente lascia filtrare tenui bagliori, che stavolta hanno il suono e la forma di una tromba degna del Davis più placido e onirico.
“Monterey” è costruita sopra la chitarra che ripete all’infinito lo stesso riff, mentre il basso, le percussioni e soprattutto la voce danno vita ad una sorta di baccanale, finchè Buckley abbandona qualunque inibizione e si spinge sopra i binari dell’improvvisazione pura, costruendo l’equivalente vocale delle allucinazioni free di Albert Ayler e Ornette Coleman.
In questo come in tutti i suoi dischi precedenti, Buckley è accompagnato da una schiera di musicisti d’eccezione: Lee Underwood alla chitarra, John Balkin al contrabbasso, Maury Baker alla batteria e alle percussioni, nonché i fratelli Gardner, già nei Mothers of Invention di Zappa, alla tromba e al sax.
Ma sono stelle ridotte al rango di semplici attori non protagonisti, sovrastati dal genio di Buckley che qui ha raggiunto probabilmente l’apice del suo talento visionario e soprattutto la piena consapevolezza delle sue straordinarie qualità vocali.
“Moulin Rouge” sembra fosse stata inserita come riempitivo, per raggiungere la durata complessiva prestabilita.
E’ una specie di filastrocca, per metà in francese e per l’altra in inglese, con la tromba che giocherella e che forse, caso unico in tutto il disco, ruba la scena alla voce. Riempitivo forse si, ma di gran classe.
“Song to the Siren” è un brano scritto dall’amico/paroliere Larry Beckett qualche anno prima; Buckley la riprende e la riarrangia, trasformandola in una ballata spettrale per voce e chitarra elettrica.
Le Sirene erano creature leggendarie che ammaliavano i naviganti costringendoli con l’inganno alla morte: laddove per Robert Wyatt (autore pochi anni dopo della magnifica “Sea Song”) il mare rappresenta l’abisso della solitudine, ma in termini psicanalitici quale strumento di conoscenza di sè, per Tim Buckley la solitudine non è un mezzo di conoscenza ma il destino ultimo e unico possibile.
In questo senso la Sirena è l’illusione, l’attesa vana destinata alla frustrazione eterna: “And you sang/Sail to me/Sail to me, Let me Enfold You/Here I am/Waiting to hold you /Did I dream you dreamed about me?” (E tu cantavi: vieni, vieni da me, lascia che ti abbracci, e io dissi: sono qui, sono qui che aspetto di stringerti/ Ma forse ho solo sognato che tu stavi sognando me?”).
Il risultato è un’elegia dolente e spettrale, tenera e disperata, una delle canzoni – che definire d’amore sarebbe riduttivo - più struggenti di ogni tempo.
Con “Jungle Fire” si torna agli spasmi strumentali e ai deliri impossibili della voce, sempre e comunque protagonista assoluta, in un turbine dadaista di improvvisazioni, urla, vocalizzi nevrotici e frenesie primordiali.
La title-track è una composizione in cui una molteplicità di tracce vocali vengono dilatate, sfigurate e poi sovrapposte, creando un magma lisergico che è al contempo abisso della mente e spazi sconfinati: ascoltarla è come ritrovarsi soli in una giungla dispersa nel cosmo.
E’ il culmine del viaggio, quel viaggio tra le stelle (sembra che Buckley amasse definirsi così, starsailor, “navigatore tra le stelle”) che è fin troppo facile legare in qualche modo all’assunzione di droghe pesanti, ma che sarebbe stupido ridurre esclusivamente ad esso.
“Healing Festival” riprende il solco tracciato da “Come Here Woman” e “Jungle Fire”, con la voce che stavolta sibila sopra i fiati come una sorta di soffio che è celestiale e diabolico allo stesso tempo, mentre l’apertura di “Down by the Borderline”, affidata ad una tromba ancora una volta di Davis-iana ispirazione, sembra voler trasmettere un vago senso di pacificazione. Ma è ancora una volta un’illusione, perché con incedere acid-folk il brano si trasfigura lentamente in un altro incubo free, con la voce (ancora, certo) a contorcersi impazzita, giù verso il confine (down by the borderline) con un abisso che non è più semplice percezione, ma unica possibile destinazione di ogni viaggio.
Dopo “Starsailor” ci saranno altri dischi, ma il cerchio si è ormai chiuso.
Quanto davvero Buckley avesse a cuore le sorti commerciali delle sue canzoni non è dato saperlo.
Quel che è certo è che nonostante le critiche entusiastiche e l’appoggio incondizionato di grandi personaggi dell’epoca, nulla riuscì a scalfire l’abisso di solitudine e disperazione in cui si era ritrovato, forse per un eccesso di sensibilità ampiamente riscontrabile nelle sue canzoni.
Nel giugno del 1974, l’allora ventottenne Tim Buckley muore per overdose nella casa di un amico; cercava nuovamente nella droga il conforto impossibile, la risposta alla sua incapacità di stare al mondo.
Ma in questo senso la sua morte si discosta profondamente da quella di molti altri protagonisti della musica del tempo (e degli anni a venire): laddove per Jimi Hendrix, Jim Morrison, Brian Jones, Janis Joplin e Kurt Cobain la morte è l’evento mediatico ed esistenziale che sugella nell’eccesso una vita di eccessi spettacolari e di contraddizioni vissute sotto i riflettori, per Tim Buckley essa rappresenta l’unico approdo possibile di un itinerario tutto interiore, fatto di inguaribile solitudine e impietoso disagio esistenziale.
Le sue canzoni furono urla nel silenzio, e nel silenzio e nella sostanziale indifferenza del mondo si concluse la sua parabola artistica e umana, in un modo che per certi versi richiama alla mente il destino di un altro grande del tempo, Nick Drake.
Resta la straordinaria magia dei suoi dischi, certo, ma anche una sensazione straniante e una grande malinconia, se si pensa a come con la sua musica Tim Buckley abbia saputo impreziosire la vita di coloro che hanno avuto il privilegio di amarlo, senza riuscire a salvare la propria.
Marco Florio
16-09-2008
TIM BUCKLEY "Song to the siren"
TIM BUCKLEY "Come here woman"
Glasvegas in concerto
12 Maggio 2009
Magazzini Generali - Milano
Voto: 6.5
Auditorium Parco Della Musica, Sala Petrassi - Roma
16 Aprile 2009
Voto: 7,5